Prima di affrontare tale impegnativa questione, è doverosa una breve introduzione della figura stessa di François de Valois (1494-1547).
Non molto tempo fa ormai, lʼapprezzato saggista e storico transalpino Didier Le Fur ha dedicato una completa biografia del sovrano sulla base di unʼattenta ricerca sulle fonti archivistiche.[1] Benché “premier Prince du sang Royal”, in quanto appartenente ad un ramo cadetto, alla sua nascita non era destinato quindi a salire sul trono di Francia. Le vicende assunsero però una particolare piega, tanto da dimostrarsi per lui assai vantaggiose e favorevoli. Alla morte di Luigi XII (1462-1515), avendo egli sposato la figlia Claudia (1499-1524), la sorte cadde dunque su di lui, venendo incoronato non ancora ventunenne re di Francia premier de ce nom il 25 gennaio, quasi fosse un predestinato, secondo le convinzioni della madre. Secondo la tradizione raccolta dal padre minimo Hilarion de Coste (1595-1661),[2] il rampollo di casa Valois–Angoulême doveva il suo nome alla profonda devozione portata dalla madre Luisa di Savoia (1476-1531) nei confronti del santo mistico calabrese Francesco di Paola (1416-1507), fondatore dellʼOrdine dei Minimi. Lʼeremita taumaturgo, preceduto dalla sua miraculorumfama, era giunto infatti in Francia nel 1483 su esplicita richiesta di Luigi XI (1423-1483), divenendo una figura di riferimento presso la corte francese, influenzando considerevolmente il misticismo e il riformismo francese della fine del XV secolo. Anche con Carlo VIII (1470-1498) il frate godette parimenti di particolari riguardi, non più invece con il successore. Narra il biografo minimo che fu per intercessione di Francesco di Paola che la moglie di Charles dʼAngoulême (1459-1496), dopo quattro figlie femmine, partorisse finalmente un erede maschio.[3] Stando però alla ricostruzione di Le Fur, in realtà le cose non sarebbero andate proprio così. In ossequio alle consuetudini del tempo, ritiene invece che lʼattribuzione di tale nome fu più banalmente un omaggio al barone François de la Rochefoucauld, il più potente tra i vassalli del conte dʼAngoulême e primo padrino di battesimo. Lo storico francese sebbene neghi probabili contatti diretti tra la nobildonna savoiarda e lʼeremita calabrese prima della nascita del figlio, mancando riferimenti certi di questo negli scritti, afferma comunque che costei si mobilitò assai attivamente per la causa di canonizzazione del frate.[4] Altrettanto fece la regina madre Anna di Bretagna (1477-1514), in debito con il frate per aver salvato da morte certa, attraverso la sua miracolosa intercessione, lʼadorata figlia Claudia, moglie di Francesco I.[5] Non a caso il cordiglio francescano, già presente in precedenza negli stemmi sabaudi fin dai tempi del Conte Verde, comparirà abbondantemente in quegli anni anche nellʼaraldica degli Orléans.[6] Furono comunque concretamente i reali coniugi a definire lʼiter della canonizzazione, iniziato già nel 1512 sotto Giulio II e conclusosi solo nel 1519, dopo la ripresa delle trattative tra Roma e Parigi, a seguito della firma del Concordato del 1517.
Le grand Roy François, et la Reine son épouse, pour ne paroistre pas ingrats de tant de faveurs du Ciel, écriuirent plusieurs fois au Pape Leon, et au sacré College des Cardinaux, pour la canonisation de lʼInstituteur et premier Fondateur de lʼOrdre des Minimes […] la quelle fut mise à la perfection le Ier iour de May de lʼan 1519.[7]
Personaggio certo complesso Francesco I, a tinte quasi contraddittorie, talmente risulta essere assai sfaccettato il suo profilo:
figura mitica nel panorama rinascimentale europeo, centrale per la politica nazionale ed estera di Francia nei trentadue anni del suo regno, dal 1515 al 1547. […] questo monarca, spesso considerato dagli uni come re e sovrano emblematico, modello del Rinascimento politico, culturale e artistico, dagli altri come uomo dominato dal fascino e dal potere femminile.[8]
Possiamo riassumere infine con le parole di Le Fur che esaltano le doti non comuni del sovrano francese, consacrandolo alla storia.
Naturellement, François Ier avait toutes les qualités dʼun prince idéal. Il était beau, jeune, dʼune grande vigueur physique et aguerri au maniement des armes. Il était aussi lettré et bon chrétien. Cette somme de “grâces” faisait de lui un «chef–dʼœuvre de nature». Dieu en était responsable.[9]
Ma veniamo ora, dopo lʼintroduzione attraverso questi antefatti, alla ricostruzione degli eventi che determinarono la costruzione di tale cappella votiva ritrovata da don Inganni a partire dalle fonti. Già nella formula dellʼatto di vendita della vigna, in cui si specifica la futura destinazione dʼuso del fondo, riecheggia vagamente lʼeco di quel lontano voto elevato da re Francesco I sul campo di battaglia:
Cum hoc sit quod Christianissimus Rex Franciscus, Rex Francorum, Dux Mediolani decreverit quod construatur Ecclesia, et Monasterium ordinis Coelestini Franciae Observantiae, sub titulo, seu nomine Dive Sanctae Mariae Virginis Matris Christi della Victoria.[10]
Questa sarebbe in realtà solo la seconda parte della promessa del sovrano, poiché don Inganni fa presente ancora una volta con puntualità che i voti espressi a suo tempo dal re furono ben due: il pellegrinaggio a Chambéry per venerare la Sacra Sindone (dopotutto, a maggior ragione, era figlio di una duchessa di Savoia)[11] e la costruzione della Cappella espiatoria. «Non vʼha dubbio che Francesco I fece questi due voti, imperocché egli fedelmente li adempì, come si vedrà più avanti».[12] Per avvalorare questa sua affermazione don Inganni citava in nota un testo del 1685, opera del nizzardo padre teatino Vittorio Amedeo Barralis (confratello di Guarino Guarini, architetto della Cappella della Sindone a Torino),[13] in cui si riportava questo singolare pellegrinaggio del sovrano francese da Lione allʼantica capitale sabauda, avvenuto lʼanno seguente Marignano:
Non devo passare sotto silenzio la pietà di Francesco I re di Francia, figlio di Ludovica di Savoja, che in un pericoloso conflitto trovandosi a Melegnano, fatto voto alla Sindone, dalla cui virtù riconobbe la vittoria, ritornato in Francia lʼanno 1516 portossi da Lione a piedi in Chiambery per adempirlo colla visita alla Santa Cappella.[14]
È certo che il pellegrinaggio alla cappella del Saint Suaire avvenne nella primavera successiva, precisamente tra il 28 maggio e il 15 giugno 1516, stagione in cui le condizioni atmosferiche avrebbero permesso di affrontare più agevolmente un viaggio a piedi in una zona alpina.[15] Laurent Ripart, docente di storia medievale presso lʼUniverité Savoie–Mont Blanc, ricorda così lʼevento:
Sous la garde de la maison de Savoie, lʼancien saint suaire de Lirey était désormais considéré comme «le Saint Suaire» et son culte avait largement éclipsé celui des reliques concurrentes. Son prestige était tel quʼil attirait les plus grandes autorités de la Chrétienté, à lʼexemple du roi François Ier qui, pour le vénérer, fit entre le 28 mai et le 15 juin 1516 le voyage à pied de Lyon à Chambéry, en action de grâce de la victoire de Marignan.[16]
Si ricordano però anche altri pellegrinaggi pubblici del giovane re che ebbero per meta il santuario della Sainte–Baume e di Saint–Maximin e presso la città di Marsiglia per venerare le spoglie dei santi Vittore e Lazzaro; eventi questi a cui si diede notevole risalto, se non addirittura una certa ostentazione, secondo alcuni.[17] Le Fur, che sorprendentemente tace però del viaggio in Savoia, si dilunga invece sul pellegrinaggio in Provenza, sostenendo che ciò avvenne nei giorni 21 e 22 gennaio 1516, sempre «en action de grâces de sa victoire a Marignan».[18] Circa la sincera religiosità del Valois, come del resto di tanti altri suoi contemporanei, non è messa in discussione dagli storici e quindi non è da dubitare.[19]
Le premier devoir dʼun prince chrétien était dʼadorer Dieu. Il sʼagit là dʼun lieu comun. Toutefois, cette piété ne devait être ni exubérante ni superstitieuse. Les manifestation de piété de François, dan les premieres mois de son règne, sont peu visibles. Outre le cérémonies officielles, il nʼest jamais fait état dʼune quelconque dévotion du roi pour Dieu ou ses saints.[20]
Non fu certo lʼunico ad intraprendere un simile tragitto devozionale quale gesto di ringraziamento, non solo per la vittoria ottenuta, ma per essere scampato alla morte. Altrettanto, ad esempio, fece il suo compagno dʼarmi, il giovane principe Claude de Lorraine (1495-1550): «Quand le comte de Guise eut repris ses sens, il fit væu, sʼil guérissoit, dʼaller à pied, armé de toutes pièces, en pélerinage à Saint–Nicolas en Lorraine. Il fit plus, il lʼaccomplit».[21] Rivestito infatti della stessa armatura indossata in quei giorni a Marignano, si portò in pellegrinaggio a piedi a Nancy e Metz per ringraziare Dio di essere sopravvissuto alle ventidue ferite riportate in quella tremenda carneficina, di cui era stato malauguratamente protagonista:
Le Prince Claude de Lorraine son frere, premier Duc de Guise, fit aussi le pélerinage de Saint Nicolas à pied, et armé comme il étoit à la Bataille de Marignan. [..] A son retour en Lorraine, pour témoigner à Dieu sa reconoissance dʼune si grande faveur, il fit le pélerinage de Saint Nicolas près de Nancy, et de Sainte Barbe proche de Metz, portant les mêmes armes quʼil avoit le jour de la Bataille.[22]
Ricostruire poi le effettive vicende di tale voto risulta alquanto arduo, poiché bisogna compiere a ritroso unʼoperazione di ripulitura dalle incrostazioni leggendarie sorte attorno a questo episodio, consacrato poi dalla propaganda politica al mito. Secondo alcuni, tale voto sarebbe stato elevato dal monarca francese precedentemente il sorgere dellʼalba del 14 settembre. Così anche lo storico svizzero Emil Usteri (1898-1983), nella sua monumentale opera, mancando però della proverbiale precisione, colloca frettolosamente la decisione da parte del re di erigere “una cappella e un memoriale” prima della battaglia: «Tatsache ist jedenfalls, daß der König 1518 bei Marignano eine solche Kapelle und Gedenkstätte, die er übrigens vor der Schlacht für den Fall seines Sieges gelobt haben soll, errichten ließ».[23]
La ricomposizione della scena di quella tumultuosa notte, trascorsa nellʼangoscia più totale per le sorti della battaglia che il dì seguente avrebbero assunto, è stata ripresa da diversi autori che hanno reinterpretato i fatti realmente accaduti. Ad esempio, un anonimo estensore di un manoscritto (Journal dʼun bourgeois de Paris sous le règne de François premier) rintracciato a metà Ottocento da Ludovic Lalanne (1815-1898), ricostruisce gli eventi dando una versione considerata un poʼ romanzata.
Mays le Roy et toute lʼarmée de France demeurèrent à cheval, lecul sur la selle, la lance au poing, lʼarmet sur la teste, toute la nuict et en bel ordre, tousjours prest à combattre ses ennemis; et estoient noz gens près des dictz ennemys, car il nʼy avoit quʼun focé entre deux; et ne sceurent, ce jour, qui avoit perdu, ou gaigné.[24]
Chiaramente non fa altro che ricalcare pedissequamente in questo passo la lettera del re: «car les Suisses se logèrent bien près de nous, si près que nʼy avoit quʼun fossé entre deux; toute la nuite demeurâmes le cul sur la selle, la lance au point, lʼarmet à la tête».[25] Lʼautore, basandosi più che altro su notizie riportate di seconda mano, non essendo egli un testimone oculare presente, risulta alquanto inaffidabile. La sua versione di quegli istanti a cui diversi autori in seguito, influenzati ed impressionati non poco dal racconto, hanno dato troppo spesso credito. Qualche riga dopo ancora, lʼanonimo compilatore riferisce sì del voto, ma ambientando tale fatto presso unʼipotetica quanto improbabile “Abbazia di Santa Brigida” (Santa Brera, che era in realtà il quartier generale di Francesco I), a suo dire appositamente incendiata dai Francesi affinché gli Svizzeri non potessero usarla a loro vantaggio come postazione di difesa. Evidentemente egli dimostra di padroneggiare i nomi dei luoghi interessati dal conflitto e di destreggiarsi circa lo svolgersi dei fatti, ma altresì fa intuire la sua assenza sulla scena, fino a confondere gli accadimenti, riscrivendo la cronaca in una sorta di appiattimento caleidoscopico in cui riferimenti ed eventi si sovrappongono fino a fondersi lʼun lʼaltro. La notizia dellʼincendio della chiesa di Santa Brigida che mai avvenne, sarebbe da riferire semmai a quella di SantʼEusebio, avvalorando dunque lʼipotesi invece dei danni riportati da questʼultima sotto i colpi del fuoco dellʼartiglieria, come dalle note supposizioni di don Inganni già trascritte.
La dicte abbaye [de Sainte–Brigitte, ndr] fut bruslée des gens du Roy, parceque les Suysses se retirèrent dedans et tiroient dedans de lʼartillerie sur noz gens. On dict que le Roy lʼa faict depuis refaire, et aussi que le Roy feroit fonder au dict lieu de la bataille une chappelle pour mémoire de la victoyre que Dieu luy donna.[26]
Il tenore di una siffatta annotazione lascerebbe intendere quasi che il voto rappresenti più un restauro dovuto, una sorta di “gesto riparatore” in seguito ad un atto sacrilego, per aver profanato un luogo sacro, dandolo appositamente alle fiamme, piuttosto che un voto.
Passando ora in rassegna le altre fonti più attendibili, i diversi autori, alcuni dei quali testimoni diretti degli eventi, riportano i loro pur comunque personali punti di vista. Secondo Le Fur,[27] il primo a narrare del riposo del Valois su una carretta, rivestito ancora di tutto punto dellʼarmatura, fu nel 1518 Pierre Desrey (ca. 1450-ca. 1520), lʼautore continuatore dellʼopera La Mer des croniques di Robert Gaguin (ca. 1434-1501), che scrive testualmente: «le roy se reposa ung peu sur le timon dʼune charrette tout armé».[28] Altrettanto riportò anche Jean Bouchet (1476-1557): «en laquelle [nuyt] le Roy nʼeut aultre lict, fors le timon dʼune charette, et pour fins linceux le harnoys sur le dos».[29] Suggestiva immagine certo questʼultima, che verrà poi ripresa con fortuna da diversi altri autori, tra i quali lo storico Brantôme, Pierre de Bourdeille (1540-1614), nei suoi scritti sugli uomini illustri di Francia: «Le Roy coucha cette nuit sur le timon dʼune charrette, et le lendemain fut aussi frais et disposé à mener les mains comme auparavant, ainsi quʼil le fit bien paroistre».[30]
Le maréchal de Florange, Robert de La Marck (1491-1537), amico dʼinfanzia del re e uomo esperto dʼarmi, tra le pagine delle sue Mémoires (unʼopera di carattere moralistico),[31] posiziona invece il sovrano più decorosamente su una carretta dʼartiglieria, ma tace il fatto di un eventuale impegno da parte del re a innalzare un memoriale in quella precisa circostanza:
Et se mist le dict Roy dessus ungne charette dʼartillerie pour ung peu se reposer et pour soullager son cheval qui estoit fort blessiez et avoit ungne trompette avecque luy itallienne, nommée Christofle, qui servit merveilleussement bien.[32]
Così ad esempio il racconto della notte del 13 settembre, sempre ambientato a Santa Brera, come raccolto e poeticamente narrato dalla penna di Pasquier Le Moyne, detto anche Le Moyne sans froc, che trasforma lʼumile carretta, nobilitandola questa volta addirittura in un poderoso pezzo dʼartiglieria:[33]
Le combat cessé à cause de l’obscurité nocturne le roy ne bougea d’avecques ses lancequenetz et artillerie tousjours parlant aux gens de pied et de cheval. […] En ce lieu [Sainte–Brigitte, ndr] print son vin et se reposa quelque peu sur une piece d’artillerie à la charge derniere.[34]
Anche Martin du Bellay (†1559), fratello del cardinale Jean arcivescovo di Parigi e di Guillaume, nelle sue Mémoires altrettanto scrive:
pour lʼobscurité de la nuict, quʼen plusieurs lieux se trouvèrent les François et les Suisses couchés auprès les uns des autres, des nostres dedans leur camp, et des leurs dedans le nostre; et coucha le roy toute la nuict, armé de toutes ses pièces (hors mis son habillement de teste), sur lʼaffust dʼun canon.[35]
Jean Barrillon (1485-1553), segretario del cancelliere Antoine Duprat, stese il suo Journal (le cronache narrate coprono un arco di tempo che va dal 1515 al 1521), fonte assai preziosa, è considerata «opera coscienziosa e fedele, la cui sostanziale veridicità è confermata dal confronto con i documenti diplomatici».[36] Sebbene non accenni esplicitamente anchʼegli come i precedenti ad alcun proposito in particolare, descrive comunque la devota preghiera del re vincitore in ginocchio davanti alla croce (essendo quel giorno solennità di Santa Croce per lʼappunto).[37] Questo quadretto, da ritenere accaduto realmente, è da ambientare allʼinterno della chiesa di Santa Brera, una volta tornato allʼaccampamento nei suoi alloggi privati al termine delle ostilità. Da questo elemento si può dedurre pertanto che lʼedificio fosse agibile e non fu quindi manomesso in alcun modo:
Et estoit environ onze heures du matin quant la bataille fynit et le Roy se retira en son logis, auquel incontinant quʼil fut arrivé se mist à genoulx et adora la vraye Croix, remercyant Dieu de la belle victoire quʼil luy avoit pleu luy donner.[38]
Le Fur non manca di sottolineare come anche la ricorrenza liturgica di tale data sia stata ex post strumentalizzata a favore del consolidamento del potere del giovane sovrano francese in lizza per la corona imperiale. Accostato oltre che alle figure di Giulio Cesare e Costantino,[39] ora Francesco I è osannato quale novello Eraclio,[40] tanto da indicare con la journée de la Sainte Croix il nome stesso della battaglia del secondo giorno. La vittoria sarebbe stata poi preannunciata, nei tre giorni precedenti gli scontri, da fausti presagi apparsi nei cieli delle Fiandre, avvistati nelle città di Anvers e Malines:[41] «Lʼidee de présenter François Ier comme défenseur de la foi par lʼintermédiaire de la Croix fut aussi envisagée par certains propagandistes afin de préparer la prochaine conquête de Naples».[42]
In ultimo, si riporta lʼimprescindibile scritto di Francesco Guicciardini della sua Storia dʼItalia. Egli in realtà è lʼunico a riportare testualmente il passaggio preciso del voto vero e proprio del Re Cristianissimo, espresso a suo dire sul luogo della vittoria e dunque nelle vicinanze della chiesa di SantʼEusebio. Presso questo edificio furono celebrate del resto già in quello stesso 14 settembre e nei due dì seguenti, le tre celebrazioni eucaristiche: la prima in ringraziamento per la vittoria ottenuta in battaglia, la seconda a suffragio dei soldati caduti valorosamente sul campo ed infine, la terza, per impetrare la pace. A presiedere lʼeucarestia fu il padre domenicano Guillaume Parvi (ca. 1440-1536), confessore del re e già inquisitore del regno di Francia.[43]
Fece il re, nel luogo nel quale aveva acquistato la vittoria, celebrare tre dí solenni messe, la prima per ringraziare Dio della vittoria, lʼaltra per supplicare per la salute deʼ morti nella battaglia, la terza per pregarlo che concedesse la pace; e nel luogo medesimo fece a perpetua memoria edificare una cappella.[44]
Medesimo passo fu ripreso del resto già a metà Ottocento dallo storico Jean–Marie–Vincent Audin (1793-1851), impiegandolo per comporre la sua biografia su Leone X:
Sur le champ de bataille de Marignan, encore teint de sang, le roi donna l’ordre de célébrer trois messes solennelles, où les vainqueurs assistèrent sous lés armes: l’une en signe de joie, pour remercier Dieu de la protection qu’il accordait à la France; l’autre en signe de douleur, pour l’âme de tant de braves tombés si glorieusement; la troisième en signe d’espérance, pour le rétablissement de la paix. Une petite chapelle, où l’on aurait recueilli les restes des chefs de l’armée française, devait porter aux siècles à venir le témoignage de la piété du prince envers celui qui donne et ôte les couronnes, et de sa reconnaissance pour les soldats morts à ses côtés.[45]
Martin du Bellay si limita a scrivere semplicemente nelle sue memorie che il re, prima di recarsi a ricevere le chiavi della città di Milano, «remercié Dieu», senza offrire altre descrizioni in merito.[46]
Don Inganni, ispirandosi alle diverse testimonianze dei cronisti dellʼepoca che erano a sua disposizione, ricostruisce dunque gli eventi di quella febbrile notte tra il 13 e 14 settembre 1515, rinarrando così a suo modo il momento cruciale del fatidico voto:
Fu per certo in questo momento di angoscioso silenzio che, schieratisi avanti la sua mente e i passati pericoli, e gli illustri cavalieri e i prodi soldati perduti, e la incertezza della nuova battaglia, ed i pericoli che nuovamente lo attendevano, il Re di Francia, alzata lʼanima pia al Dio degli eserciti, fece voto che, se fosse gloriosamente uscito da quel frangente, non solo avrebbe visitata la santa Sindone, che a quellʼepoca si venerava in Chambery, ma avrebbe eretto sul luogo stesso deʼ suoi trionfi una cappella espiatoria per lʼanima dei caduti dedicandola alla Regina delle Vittorie.[47]
Quando fu dato alle stampe il libro sulla cappella espiatoria, mancava però ancora allʼappello lʼatto ufficiale che aveva concretizzato materialmente, nero su bianco, tale voto espresso solo verbalmente sul campo di battaglia dal vittorioso re cavaliere. Circostanza che, non più tardi di un paio dʼanni dalla pubblicazione del resoconto dellʼInganni, sarebbe divenuta realtà grazie alle ricerche effettuate da uno storico lodigiano, lʼabate don Cesare Vignati (1814-1900).[48] Egli era già membro della Regia Deputazione sopra gli studi di Storia Patria, autore della Storia diplomatica della Lega Lombarda (1866) e curatore dei due volumi del Codice diplomatico laudense (1879-1885). Attribuendo comunque al collega e confratello milanese tutti i meriti del caso per la sua lodevole indagine, lʼabate lodigiano aggiungeva però, rivendicando per sé ovviamente con un certo orgoglio da accademico navigato, la scoperta da lui effettuata. Era effettivamente il tassello mancante, un elemento fondamentale per definire la storia del Monastero della Vittoria, «il più importante documento, e pur tuttavia desiderato, tra quelli pubblicati dal Sacerdote Raffaele Inganni»: il decreto regio di fondazione.
Nessuno può dubitare che il Sacerdote Inganni, che tanto fece per ritrovare il luogo dove sorgeva la Cappella Espiatoria e gli avanzi di essa e dellʼattiguo monastero, non abbia egualmente fatto le più diligenti ricerche di tutti i relativi documenti. Eppure il Decreto di Francesco I di Francia per scioglimento del suo voto, fatto la notte avanti la celebre battaglia di Melegnano, esisteva e giacque fino a ieri dimenticato e sconosciuto tra le carte lasciate da un cittadino di Lodi, di cui è serbata memoria nel primo documento (A), pag. 147 della predetta relazione storica.[49]
Il Vignati, dopo aver portato diverse prove a conferma della sua tesi, concludeva infine il suo breve ma approfondito articolo, trascrivendo in calce il testo completo del documento datato 15 gennaio 1518 e firmato per conto del re da Princivalle Del Monte, segretario del Senato milanese:[50]
Tutte queste ricerche, avvalorate da documenti tuttavia inediti e di qualche pregio anche per gli studiosi della storia di quellʼepoca disastrosa per lʼItalia e specie per la Lombardia, parvero non inopportune a dimostrare evidentemente, […] a togliere ogni dubbio sullʼautenticità del Decreto di Francesco I per lʼerezione della Cappella Espiatoria in Zivido, il qual decreto, naturalmente per ragione dʼufficio, doveva trovarsi presso il reale Ministre des ouvrages du Ducé de Milano. Ora ecco il Decreto:
Franciscus dei gratia Francorum Rex ac Mediolani Dux, etc.
Benedilecto ac fideli senatori nostri Sebastiano Ferrerij Generali finantiarum Status Mediolani salutem. Commisso apud locum Zibidi ac prope Sanctum Julianum praelio; et victoria de forti tunc hoste nostro per nos obtenta, gloriam ut Deo onnipotenti honorum omnium largitori tribueretur, templum in Redentoris nostri et Beatissimae Virginis ejus matris honorem ibi dicare; et caenobium plurium honorum religiosorum adjungere constituimus quo semper adsint; qui divinae benignitati gratias agant; ac pro salute tot illustrium et clarorum virorum, qui ibidem fortiter pugnando utrinque ceciderunt perpetuas effundant preces; quod … [È logora la carta da non comprendere le lettere. La lacuna sarebbe di una, o al più due parole]. Benedilecto ac fideli Senatus nostri Vicecancellario vobisque simul negocium demandavimus. Inprimisque commissimus: curaretis ex terris circumjacentibus tantum emere, quantum sufficiat atque expediat pro templi et caenobij dignitate, ac religiosorum commodo. Verum ut recepimus nonnulli adsunt, qui ejusmodi prediorum alienationi difficiles se praebent quamvis dignum offeratur precium. Quare ne hac renitentia tam pium opus differatur, vobis mandamus ut habentes in loci praedictis predia opportunis remediis cogatis ad vendendum et libere relaxandum tantum ex ipsis predijs quantum sufficiat pro eorundem templi et caenobij constructione ac religiosorum commodo: facta tamen prius ipsis venditoribus actuali solutione precii ipsorum honorum juxta aestimationem per aliquos probos viros de valore ipsorum honorum faciendam.
Datum Mediolani die XV Jaunuarij anno domini MDXVIII et regni nostri quarto.
Per Regem Mediolani Ducem ad relationem Illustrissimi Domini Locumtenentis. Princivallus.[51]
Un estratto del medesimo articolo dellʼabate Vignati fu riportato lʼanno seguente anche tra le pagine dellʼArchivio Storico per la Città e i Comuni del Circondario di Lodi, a cura del sacerdote Andrea Timolati (1825-1894).[52] Il direttore della rivista storica lodigiana, chiosando campanilisticamente la pubblicazione, per giustificare quindi lʼinserzione del pezzo, non poteva altro che aggiungere in nota le motivazioni di tale scelta editoriale:
Sebbene questo importante documento non interessi la storia lodigiana, pur è tuttavia desiderato perché mancante tra quelli pubblicati dal Sacerdote Raffaele Inganni nella sua pregevole relazione storica dellʼOrigine e vicende della Cappella Espiatoria Francese Zivido presso Melegnano, ed anche perché vi è interessato lʼillustre lodigiano Alberto Vignati, di cui quanto prima avremo una Monografia dal tanto benemerito commendatore abate Cesare Vignati.[53]
Testo tratto su concessione dell’autore da:
Emanuele Kubler Bisterzo,Il Monastero della Vittoria di Zivido e i monaci Celestini francesi dellʼOsservanza. Sintesi e sviluppi intorno alla Cappella espiatoria francese di Francesco I, San Giuliano Milanese 2022, pp. 52-61.
[1] Cfr. Le Fur 2018.
[2] Olivier era figlio di Antoine de Coste, un nobile del Delfinato, e di Catherine Chaillou, nipote di Francesco di Paola («nostre Pere et grand oncle Saint François Martotille dit de Paule»; Coste 1647, t. I, p. 55). Egli era dunque discendente del fondatore dellʼordine dei Minimi, famiglia francescana a cui apparteneva dal 1614; alla sua professione religiosa nel 1615 prenderà poi nome di Hilarion. Compose inoltre nel 1655 anche una biografia in onore al santo, intitolata: Le Portrait en petit de Saint François de Paule, instituteur et fondateur de lʼordre des Minimes, ou lʼHistoire abrégée de sa vie, de sa mort et de ses miracles.
[3] Ibidem, pp. 159-160.
[4] Cfr. Le Fur 2018, pp. 24-26.
[5] «Sur la fin du mois dʼAvril de lʼan 1507, tomba malade dʼune fievre continuë, que les plus experts Medecins croyoient la devoir mettre au tombeau, dont elle fut guerie miraculeusement, ayant esté voüée par la Reyne Anne sa mere à Saint François de Paule, trois semaines aprés le decez de ce Bien-heureux Homme, suivant le conseil et lʼadvis que luy en donna Laurens lʼAllemand Evésque et Prince de Grenoble, Prélat de sainte vie, oncle maternel du Cheualier Bayard, lequel allant visiter la Reyne, qui estoit lors au Chasteau de Montbano prés de Grenoble, la trouva extrémement affligée, pour la crainte quʼelle avoit de perdre Madame Claude de France. Car lors la Reyne Anne de Bretagne nʼavoit que cette fille»; Coste 1647, t. I, p. 438.
[6] Il cordiglio, singolare elemento e parte integrante dellʼabito religioso francescano, entrò nellʼaraldica sabauda per devozione personale di Amedeo VI (1334-1383) a San Francesco dʼAssisi e di conseguenza passò anche in quella francese con Luisa di Savoia. Anna di Bretagna (sposa di Carlo VIII di Valois e poi in seconde nozze di Luigi XII) inserì devotamente il cordiglio francescano nel suo blasone, come fecero anche la figlia Claudia e Francesco I. Fregi con cordigli adornano infatti i loro stemmi in alcuni camini dei castelli della Loira, come ad Amboise e Chambord. Cfr. Le Fur 2015, p. 258.
[7] Coste 1647, t. I, pp. 446-447.
[8] Mastroianni 2017.
[9] Le Fur 2015, p. 251.
[10] Inganni 1889, Doc. A., p. 144.
[11] Lo stesso San Carlo scioglierà un voto simile al termine della peste del 1576: per abbreviare il tragitto al cardinale, i Savoia fecero trasportare da Chambéry a Torino il sacro lino, e grazie a questo evento rimase definitivamente conservato presso la cattedrale piemontese.
[12] Inganni 1889, p. 77n.
[13]Cfr. Vezzosi 1780, pp. 105-106.
[14] Barralis 1685; cfr. Inganni 1889, p. 98. Si noterà che nella citazione in nota dallʼInganni è riportato per errore il nome di “Ludovico” al posto di “Ludovica” (Luisa), a cui il figlio indirizzerà alcune missive dal campo di battaglia.
[15] Cfr. Perret 1960, pp. 104-105.
[16] Ripart 2019, p. 58.
[17] Cfr. Le Fur 2018, pp. 160. 162.
[18] Ibidem, p. 162.
[19] Cfr. Gerosa Brichetto 1965, p. 173.
[20] Le Fur 2015, p. 260.
[21] Gaillard 1819, p. 198.
[22] Calmet 1752, coll. 480-481.
[23] Usteri 1974, p. 580.
[24] Lalanne 1854, p. 22.
[25] Gaillard 1819, p. 484.
[26] Lalanne 1854, pp. 23-24.
[27] Cfr. Le Fur 2015, p. 232.
[28] Desrey 1518, f. 244v.
[29] Bouchet 1820, c. XXV, p. 175.
[30] Brantôme 1779, p. 319.
[31] Cfr. Meschini 2014, p. 9. Fu redatta durante la sua carcerazione alla cittadella de lʼEcluse; cfr. Le Fur 2015, p. 298.
[32] Florange 1913, p. 195.
[33] Alcuni riportavano ancora lʼemblema inciso dellʼistrice di Luigi XII, altri più recenti la salamandra di Francesco I.
[34] Le Moyne 1890, [175].
[35] du Bellay 1875, L. I, p. 329.
[36] Meschini 2014, p. 9.
[37] Sono state poi attribuite alle coincidenze di calendario ad alcune circostanze. Il 13 settembre era un giovedì, ed era considerata una giornata nefasta, poiché la festa dei Santi Innocenti quellʼanno sarebbe caduta proprio nel quinto giorno della settimana. Inoltre, quel 14 settembre era anche una ricorrenza solenne per gli Svizzeri, dato che si commemorava la data della dedicazione del loro principale santuario mariano di Nostra Signora degli Eremiti di Einsiedeln. Cfr. Walter 1995, p. 481.
[38] Barillon 1897, p. 125.
[39] Cfr. Le Fur 2015, pp. 243. 264-267.
[40] Cfr. Walter 1995, p. 481.
[41] Cfr. Le Fur 2015, p. 264.
[42] Ibidem, p. 267.
[43] Cfr. Duval 1995, Petit (Parvi; Guillaume); t. 12, coll. 1199-1203; Le Fur 2015, p. 130.
[44] Guicciardini 1561, libro 12, cap. 15.
[45] Audin 1844, p. 131.
[46] du Bellay 1875, L. I, p. 330.
[47] Inganni 1889, pp. 76-77.
[48] Per una sua biografia, cfr. Cremascoli 2018, pp. 93-98.
[49] Vignati 1891, pp. 883-889.
[50] Cfr. Meschini 2014, pp. 226-227.
[51] Vignati 1891, pp. 888-889.
[52] Per una sua biografia, cfr. Cremascoli 2018, pp. 82-84.
[53] Cfr. Timolati 1892, pp. 44-45.
