L’Oratorio di Sant’Eusebio in Plebe
Goffredo da Bussero, elencando gli edifici di culto presenti sul territorio della Diocesi di Milano a fine XIII secolo, nomina tra questi anche la chiesa di SantʼEusebio «in sancto Iuliano in plebe» (96 D) – distinta pertanto rispetto a quelli situati in «canonica» (sede di capopieve) – identificata dalla storiografia con lʼOratorio di SantʼEusebio in Zivido.[1] Considerando la particolare dedicazione al vescovo vercellese, si ritiene pertanto concordemente di collocare la fondazione di tale edificio sacro in piena epoca longobarda.
Nei pressi dellʼantica e preesistente cappella medievale di SantʼEusebio, che a detta di don Inganni dovette subire non pochi danni durante gli attacchi a «feu roulant» dellʼartiglieria francese, pesante (64 cannoni) e leggera (200) di Pietro di Navarra,[2] si decretò idealmente la circostanza della vittoria da parte delle armate della coalizione francese. Fu proprio in questo edificio sacro che il sacerdote ipotizza un temporaneo ricovero delle salme dei caduti stessi.
La chiesa di SantʼEusebio, che aveva gravemente sofferto durante le battaglie del 13 e 14 settembre 1515, e nella quale erano stati provvisoriamente deposti alcuni nobili francesi caduti in quei giorni, veniva restaurata nel 1518 ed incorporata alla nuova chiesa di Santa Maria della Vittoria ossia Cappella espiatoria, come si rilevò anche dalle fondamenta rinvenute nel febbraio del 1887.[3]
Stando invece alle ipotesi dellʼarchitetto Gian Battista Sannazzaro (†2020), membro della Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio di Milano, lʼedificio doveva risultare già sconsacrato da tempo allʼepoca degli eventi del 1515.[4] Il motivo per il quale lʼarchitetto giunga a tale conclusione è però sconosciuto, poiché non suffragato da fonti storiche né riferimenti in nota. Tuttavia ciò non dovrebbe corrispondere al vero, visto e considerato il fatto che lì furono poi celebrati gli uffici funebri nei giorni successivi la vittoria. Pertanto una simile considerazione pare assai poco verosimile e quindi da scartare.[5]
Don Inganni, una volta terminata la fase dellʼescavazione, da provetto cartografo qual era, fornì una precisa rendicontazione delle strutture emerse, riportando in Tavola IV(2) anche il rilievo topografico, da cui si evince il corretto orientamento dellʼedificio sacro rivolto ad Est:
Quelle [Le fondamenta, ndr] di SantʼEusebio, unite alle prime, sono affatto identiche a queste nella forma e nello spessore, ma ne differenziano pel coro ad angoli ottusi dello spessore di m. 2,30, per la lunghezza totale di m. 33, e per la qualità del materiale, essendo la superficie di esse coperta da uno strato di calce cristallizzata.[6]
Il Sannazzaro rifacendosi a sua volta ai rilievi emersi nellʼinverno 1886–1887, ricostruisce che in origine lʼedificio doveva essere costituito semplicemente da una sola aula rettangolare, il corpo centrale per intendersi, mentre le due navate minori laterali, «sostenute da sostegni verticali non più riconoscibili (colonne, o piloncini)»,[7] sarebbero state aggiunte quindi in un secondo momento.[8] Come risulta dalle piantine del 1563, non doveva discostarsi poi di molto, per le modeste dimensioni e forme, dagli altri oratori della zona (Rancate, Occhiò, Civesio).[9] Così come la presenza di unʼabsidiola poligonale (quel «coro ad angoli ottusi» già rintracciato puntualmente anche dallʼInganni), sporgente rispetto allʼallineamento delle già citate navatelle, confermerebbe un rimaneggiamento del modesto ambiente sacro già nel corso del XIV secolo, risultando questo particolare elemento costruttivo assai «caratteristico dellʼarchitettura lombarda a cominciare dal Trecento».[10] Medesime linee architettoniche si riscontrano anche nellʼantica abside tuttora conservata e inglobata della chiesa del Carmine di Melegnano. Nelle forme ricorda molto da vicino questa particolare tipologia, giusto per rimanere nellʼambito strettamente locale più circoscritto, senza voler scomodare il confronto con prestigiosi siti milanesi (come ad esempio, la chiesa di San Gottardo in Corte, la Cappella Borromeo in Santa Maria Podone, la Cappella Cittadini in San Lorenzo Maggiore o la Cappella Torelli in SantʼEustorgio). Siffatti lavori di ampliamento furono comprensibilmente dettati a fronte di un edificio ormai resosi insufficiente a contenere la popolazione locale, probabilmente accresciuta nel mentre di numero, tanto da necessitare un intervento strutturale per aumentare la capienza della sua superficie coperta. Alla fine di detti interventi edilizi, lʼoratorio doveva risultare dunque «un edificio complesso spartito in tre navate e munito di unʼabside».[11]
Lʼarchitetto Sannazzaro, appoggiandosi sulle conclusioni avanzate già dagli studi condotti a suo tempo da Gabriella Villetti, ipotizza che il solitario oratorio campestre di SantʼEusebio sia da accostare alla serie delle cosiddette “chiese fienili”. Tale affermazione però non può trovare pieno consenso, se non altro perché questʼultima tipologia rimanda ad un certo stile in ambito prettamente francescano, contesto dunque che nulla ha a che vedere nella fattispecie con lʼedificio di Zivido. Questa linea interpretativa viene confermata dal fatto stesso che il convegno a cui lo studioso fa riferimento nella bibliografia è infatti dedicato agli Ordini mendicanti. Il Sannazzaro, evidentemente fuorviato da qualche elemento sconosciuto, insiste eccessivamente su questa visione legata allʼOrdine serafico, tanto da portarlo spesso a confondere in più parti dei suoi articoli addirittura la figura di Bernardo di Clairvaux (abate cistercense del XII secolo) con quella di Bernardino da Siena (frate francescano del XV secolo), fino a diventare incongruente. Cita infatti un improbabile «Ordine di san Bernardino», ma come è ben noto Bernardo né Bernardino furono entrambi fondatori di rispettive famiglie religiose. Tale grossolano errore è ripetuto inoltre nellʼattribuzione stessa di un affresco del portico della chiesa della Natività di Zivido, in cui lʼiconografia di un santo abate in abito monastico con pastorale impugnato (Bernardo, se non altrimenti Benedetto da Norcia) viene scambiato con marchiano scivolone per il santo francescano senese, invece affrescato allʼinterno nel presbiterio.[12]
Lʼaffermazione poi che lʼedificio sacro intitolato al vescovo vercellese (spesso in funzione esaugurale) fosse isolato è una visione che si ricava accostandola alla situazione della destinazione agricola del sito, così come viene restituita a fine Ottocento e dal fatto che nel Cinquecento esso dava il nome stesso alla vigna coltivata nelle sue immediate vicinanze. Queste affermazioni sono da considerarsi mere congetture. Se si ritiene valida lʼipotesi di una fondazione in epoca longobarda nella fase anti ariana, gli insediamenti erano solitamente collocati preferibilmente al di fuori dei confini del pagus. Il sacello quindi sarebbe risultato posto lontano dalle case del villaggio. Sennonché nel Computo dellʼestimo generale compilato nel 1553, si afferma che il sedime del monastero era situato sì nel bel mezzo di un terreno coltivato di almeno centoquaranta pertiche di terra, suddiviso in vigna e campi agricoli, affidato ad un massaro,[13] ma non è escluso del tutto il fatto che qualche abitazione nel frattempo fosse stata aggregata nei pressi dello stesso. Si deduce inoltre, sempre dal medesimo censimento, che allʼepoca le sostanze del beneficio di SantʼEusebio erano ancora tenute ben distinte dal resto, spettante invece al Monastero della Vittoria:
Item per unʼaltra chiesa appellata il Santo Eusebio, qual può esser tra il sito, el circumsito di essa chiesa circa pertiche tre de terra.
Alli quali beni del monastero de Santo Eusebio coherentia da una parte la strada maestra che va a Melegnano mediante la roggia ditta la Spazzola, dal altra in parte de Francesco Velato,[14] et in parte el signor Carlo da Brippio, dal altra la strada coherentia, che va al loco de Zividi, et dal altra le Reverende Monache de Santo Petro Martire de Milano.[15]
Non essendo la zona interessata, oggi come allora, una località così impervia, ma assai accessibile essendo prospiciente la Via Emilia, qualche insediamento abitativo può essere comprensibilmente sorto nei pressi. Qualche sospetto infatti circa una possibile evenienza viene fornita direttamente dallo stesso don Inganni, narrando egli infatti a proposito dellʼepisodio accaduto al cardinale vallese Matthäus Schiner (ca. 1465-1522),[16] «mortel ennemy de la nation françoise», almeno così apostrofato da Guillaume de Marillac, segretario del connestabile.[17] Questi, durante la notte del 13 settembre, si narra che riparò fortunosamente presso «un casolare in fiamme» precisa don Inganni, aggiungendo ulteriormente in nota: «Questo casolare esisteva diffatti (i ruderi ne fanno fede) nelle vigne di SantʼEusebio».[18] Al di là della veridicità del fatto in sé, quello che importa è il fatto che il cappellano di Zivido asserisce chiaramente che, nel momento in cui egli compila il suo resoconto, era ancora possibile distinguere a vista le rovine di questo fabbricato non meglio identificato. Di questo edificio egli purtroppo omette di riportarne però il rilievo dei ruderi del sito nelle piantine a colori delle tavole disegnate di suo pugno, con le quali corredò il suo volume, impreziosendolo. Questa ipotesi sarebbe suffragata ulteriormente da un istrumento datato 1429, atto in cui, tra le coerenze della “Vigna grande”, si nomina oltre alla Roggia Spazzola da un lato, il sedime di ben due case per lʼappunto dallʼaltro.[19] Una di queste due abitazioni potrebbe corrispondere al fabbricato sopra menzionato in cui si rifugiò il Sedunense.[20] Sennonché il Sanazzaro stesso, entrando ancora una volta in contraddizione con le sue precedenti affermazioni circa la natura di luogo isolato, pare di riconoscere nellʼimpostazione delle due strutture a pianta pressoché quadrata poste agli estremi del lato meridionale del cenobio, addirittura un riutilizzo di precedenti costruzioni.[21]
[1] Vigotti 1974, p. 315.
[2] Le Fur 2015, 119.
[3] Inganni 1889, p. 113n.
[4] Cfr. Sannazzaro, p. 136.
[5] Cfr. Villetti, 1984, pp. 88-89.
[6] Inganni 1889, pp. 125-126.
[7] Cfr. Sannazzaro 1994, p. 138.
[8] Cfr. ibidem, p. 139.
[9] Cfr. Previato 1975, pp. 198, 203, 210.
[10] Cfr. ibidem, p. 138. Mentre nel paragrafo precedente, Deiana, contraddicendo il collega, ritiene erroneamente essere invece questa unʼaggiunta cinquecentesca; cfr. Deiana 1994, p. 105.
[11] Ibidem, p. 105.
[12] Cfr. Sannazzaro 1994, p. 111. Tale errore forse è dovuto alla errata attribuzione in scheda dʼInventario IB3, 1992.
[13] «Item circa pertiche cento quaranta de terra, tra vigna, et campi, nel mezzo del qual terreno gli è il sito del monastero infrascritto, il resto tutto si lavora da massaro»; in Archivio Brivio, Milano, dʼora in poi ABM, cart. IV, fasc. 7, Computo, 23 giugno 1553; cfr. ibidem, p. 144.
[14] Francesco Vailati (Velato), nel censimento del 1537, risulta «tessitore di panno e lino»; cfr. Previato 1975, p. 62.
[15] In ABM, cart. IV, fasc. 7, Computo, 23 giugno 1553. Cfr. ibidem, p. 144, parzialmente riportato, sebbene con alcuni errori di trascrizione.
[16] Morto di peste a Roma, il cardinale di Santa Prudenziana (1511-1522) fu sepolto nella chiesa di Santa Maria dellʼAnima (chiesa nazionale teutonica), senza una tomba distinta. Nel 1933, lʼUnione Popolare Cattolica Svizzera e il Moderatore Vallese provvidero a questo ponendo la lapide del cenotafio con la seguente dedica: «D.[eo] O.[ptimo] M.[aximo] | MATTHAEO SCHINER | S.[anctæ] R.[omanæ] E.[cclesiæ] PRESBYTERO CARDINALI | PRVDENTIA VIRTVTE INTEGRITATE | VITAE SPECTATISSIMO | IULIO II LEONI X HADRIANO VI | CAROLO V IMP.[eratori] AVG.[vsto] | IN PRIMIS CARO | ECCLESIAE SPLENDORIS | HELVETIAE GLORIAE | FAVTORI INSIGNI | QVI ROMAE PESTE CORREPTVS | PIE OBIIT KAL.[endis] OCTOBR.[is] MDXXII | NE EIVS MEMORIAIN HAC AEDE | VBI SEPVLTVS EXCIDERET | VNIO POPVLARIS CATHOLICA | HELVETIAE | MODERATORESQUE VALESIAE | MONVMENTVM POSVERVNT | ANNO IVBILAEI MCMXXXIII».
[17] Marillac 1875, p. 158.
[18] Inganni 1889, p. 74.
[19] In ABM, cart. II, fasc. 4a. Cfr. Deiana 1994, p. 104.
[20] Da Sion, in Canton Vallese. Era chiamato anche così il cardinal Schiner; cfr. Guicciardini 1561, c. IV.
[21] Cfr. Sannazzaro 1994, p. 140.
